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Il principe - Cap.26 - L'accettazione


di the_extension
09.03.2026    |    516    |    0 8.0
"Ogni colpo mi fece venire - il dolore che si trasformava in orgasmi violenti, il corpo che si contraeva intorno al dildo e al plug, urla che riempivano la stanza..."
La notte con la regina sul letto aveva lasciato Mira diversa. Non era più solo accettazione passiva o vuoto rassegnato. Qualcosa si era acceso dentro di lei - un fuoco lento, autodistruttivo, che la faceva sentire viva solo quando il dolore e il piacere si mescolavano fino a confondersi. Il giorno dopo, quando Isolde entrò per il rituale del mattino, Mira non aspettò l’ordine.
Si alzò in piedi prima che la regina parlasse. Si inginocchiò ai suoi piedi, testa china, mani dietro la schiena come da regola.
"Mia regina," disse, la voce bassa ma chiara, senza tremore. "Ho sbagliato ieri. Ho goduto troppo. Ho respirato troppo forte. Ho mosso i fianchi senza permesso. Merito punizione. Ma non basta la cella. Non basta il plug. Non basta la frusta."
Isolde inarcò un sopracciglio, sorpresa ma compiaciuta. Si sedette sulla poltrona, le gambe incrociate, e la guardò.
"Continua," disse.
Mira alzò gli occhi per la prima volta senza essere invitata.
"Voglio di più. Voglio che mi leghi più stretto. Che mi lasci i pesi sui capezzoli tutto il giorno e tutta la notte. Che mi infili il plug più grosso e mi faccia tenere anche il dildo nella figa, chiuso con il lucchetto, fino a quando non lo dite voi. Voglio che mi frustiate le cosce e la schiena ogni ora, anche se non sbaglio. Voglio che mi facciate venire solo con il dolore, senza toccarmi la figa. Voglio che mi usiate come una cosa. Che mi facciate soffrire fino a non poter più pensare. Solo sentire."
Thorne e io la guardammo, immobili. Thorne aveva il plug ancora dentro, le palle morsettate, ma i suoi occhi erano spalancati. Io sentii la figa pulsare, eccitata da quelle parole.
Isolde sorrise lentamente, un sorriso che non arrivava agli occhi ma li illuminava di soddisfazione.
"Interessante," disse. "La mia piccola troia spezzata vuole di più. Bene."
Si alzò, aprì il baule. Tirò fuori la corda di canapa ruvida con nodi, la frusta sottile, le pinze con pesi tripli, un plug più grosso di quello di Thorne, il dildo di legno con lucchetto, e una piccola catena con morsetti aggiuntivi.
"Oggi non ci sono rituali," disse. "Solo punizione. Perché tu la vuoi."
Fece sdraiare Mira sul tavolo, le legò i polsi e le caviglie con la canapa ruvida - i nodi che sfregavano la pelle, lasciando segni rossi immediati. Le applicò le pinze sui capezzoli con pesi tripli, il metallo che stringeva forte, il latte che schizzò in archi dolorosi. Mira gemette, ma non si lamentò. Anzi, spinse i seni verso l’alto, offrendosi di più.
Isolde prese il plug più grosso, lo lubrificò appena e lo infilò nel culo di Mira con un colpo deciso. Mira urlò piano, il corpo che si inarcava, ma poi gemette di piacere distorto.
"Ora il dildo," disse la regina.
Infilò il dildo nella figa gonfia di Mira, lo spinse fino in fondo, chiuse il lucchetto intorno alla cassa fissata alle cosce. Mira ansimava, la figa piena, il culo pieno, i capezzoli tirati, il corpo che tremava.
Poi la frusta. Isolde la colpì sulle cosce - dieci colpi lenti, precisi - poi sulla schiena - altri dieci - poi sul ventre arrotondato - cinque leggeri ma brucianti. Ogni colpo lasciava strisce rosse, ogni gemito di Mira era misto a piacere. Veniva senza toccarsi, il corpo che si contraeva intorno al dildo e al plug, il latte che schizzava dai capezzoli pizzicati.
Isolde si sedette sulla poltrona, si masturbò guardando Mira legata e punita, venendo con un sospiro basso.
"Ora resti così tutto il giorno," disse. "Legata. Piena. Dolorante. Se ti lamenti, aggiungo la catena al clitoride. Se chiedi pietà, raddoppio i pesi."
Mira annuì, gli occhi lucidi.
"Grazie, mia regina," sussurrò. "Voglio di più. Domani... voglio di più."
Isolde rise piano.
"Lo avrai."
Uscì.
Restammo lì: Mira legata sul tavolo, corpo tremante, piena e punita; Thorne incatenato con il plug; io con le natiche in fiamme.
Mira parlò per prima, la voce rotta ma eccitata.
"Mi piace... mi piace soffrire... mi piace chiedere... mi piace essere così."
Thorne le accarezzò la mano legata.
Io le posai una mano sulla fronte sudata.
"Domani... chiederò anch’io," dissi piano.
Mira sorrise - un sorriso stanco, depravato, felice.
"Bene. Chiediamo insieme."
La regina aveva creato un mostro. E noi lo stavamo diventando con lei.
Il giorno dopo, la regina Isolde entrò all’alba, come sempre. Portava il baule, ma stavolta aveva un’espressione diversa: non solo compiaciuta, ma quasi curiosa, come se volesse vedere fino a dove poteva spingersi il vuoto di Mira.
Noi tre eravamo già in ginocchio, nudi, collari al collo. Mira alzò gli occhi per prima, senza aspettare l’ordine.
"Mia regina," disse, la voce bassa ma ferma. "Ieri ho chiesto di più. Oggi chiedo ancora. Punitemi più forte. Legatemi con la canapa ruvida su tutto il corpo, nodi che sfregano la pelle. Mettetemi pesi tripli sui capezzoli e un morsetto sul clitoride. Infilatemi il plug più grosso nel culo e il dildo più lungo nella figa, chiuso con lucchetto doppio. Frustatemi le cosce, la schiena, i seni e il ventre. Fatemi venire solo con il dolore. Voglio soffrire fino a non poter più pensare. Voglio essere vostra completamente."
Isolde la guardò a lungo. Poi sorrise - un sorriso lento, soddisfatto.
"Brava," disse. "La mia piccola troia spezzata vuole soffrire. Lo avrai."
Si voltò verso di me.
"E tu, Elara? Chiedi anche tu?"
Io chinai la testa, ma alzai gli occhi.
"Sì, mia regina. Punitemi come Mira. Voglio la stessa sofferenza. Voglio sentire il vuoto come lei. Legatemi. Frustatemi. Riempitemi. Fatemi venire solo con il dolore. Fatemi implorare."
Isolde rise piano, un suono basso e compiaciuto.
"E tu, Thorne?" chiese, voltandosi verso di lui.
Thorne era in minoranza. Guardò Mira, guardò me, poi abbassò gli occhi.
"Anch’io," disse piano. "Punitemi. Voglio soffrire con loro. Voglio essere vuoto anch’io."
Isolde annuì, soddisfatta.
"Bene. Oggi non ci sono rituali. Solo punizione. Perché l’avete chiesta voi."
Aprì il baule. Tirò fuori corde di canapa ruvida con nodi spessi, pesi tripli, morsetti per clitoride, plug e dildo più grandi, la frusta lunga, catene corte con lucchetti.
Iniziò da Mira.
La fece sdraiare sul tavolo, le legò i polsi e le caviglie con la canapa ruvida - i nodi che sfregavano la pelle tenera, lasciando segni rossi immediati. Le applicò pesi tripli sui capezzoli, stringendo forte, il latte che schizzò in archi dolorosi. Poi un morsetto sul clitoride - piccolo ma affilato - che tirava verso il basso. Mira gemette, il corpo che tremava, ma spinse i fianchi verso l’alto, offrendosi.
Isolde prese il plug più grosso - freddo, metallico, largo - lo lubrificò appena e lo infilò nel culo di Mira con un colpo deciso. Mira urlò, il corpo che si inarcava, ma poi gemette di piacere distorto. Poi il dildo più lungo - spesso, venoso, con base larga - lo spinse nella figa gonfia, lo chiuse con lucchetto doppio intorno alla cassa fissata alle cosce.
Isolde si fermò davanti al tavolo, il baule aperto alle sue spalle. Guardò Mira legata, la canapa ruvida che le mordeva i polsi e le caviglie, i nodi che lasciavano segni rossi sulla pelle pallida. I pesi tripli tiravano i capezzoli gonfi, il latte che colava in rivoli lenti lungo i fianchi. Il plug grosso nel culo e il dildo lungo nella figa, chiusi con lucchetto doppio, facevano tremare Mira a ogni respiro. Il clitoride pizzicato dal morsetto, rosso e gonfio, pulsava visibile.
Isolde prese la frusta lunga dal baule - cuoio intrecciato, sottile, flessibile, con una punta che sibilava nell’aria quando la provò con un colpo secco contro il palmo della mano.
"Ora la frusta," disse Isolde.
Mira alzò gli occhi, lucidi ma determinati.
"Sì, mia regina. Punitemi. Fatemi sentire ogni colpo. Voglio soffrire per voi."
Isolde sorrise, un sorriso lento e crudele.
"Bene. Inizierò dalle cosce. Dieci colpi. Conta ad alta voce. Se sbagli o taci, ricomincio da capo."
Alzò la frusta. Il primo colpo sibilò nell’aria e atterrò sulla coscia sinistra di Mira, lasciando una striscia rossa viva.
"Uno," gemette Mira, il corpo che si inarcava contro le corde.
Secondo colpo, stessa coscia, più in alto. Terzo, coscia destra. Quarto e quinto, alternati, sempre più forti.
Mira respirava affannata, le cosce che bruciavano, la figa che si contraeva intorno al dildo chiuso.
Sesto colpo, più basso, vicino al ginocchio. Settimo e ottavo, sulla parte interna delle cosce, dove la pelle era più sensibile. Nono e decimo, rapidi e precisi, lasciando strisce incrociate.
Isolde si fermò, la frusta che dondolava piano.
"Brava. Ora la schiena. Dieci colpi. Conta."
Girò Mira di lato quanto le corde permettevano, esponendo la schiena. Il primo colpo atterrò tra le scapole.
Secondo e terzo, lungo la spina dorsale.
Quarto e quinto, sulle spalle.
Mira gemette più forte, il corpo che tremava, il latte che schizzava dai capezzoli tirati.
Da sesto a decimo, rapidi e sovrapposti, lasciando una rete di strisce rosse.
Isolde posò la frusta per un momento, accarezzò la schiena di Mira con le dita, sfiorando le strisce brucianti. Mira sussultò, gemendo.
"Ora i seni," disse Isolde. "Cinque colpi. Leggeri, ma precisi. Voglio vedere il latte schizzare."
Mira annuì, il respiro corto.
"Sì... mia regina... colpitemi i seni"
Isolde alzò la frusta. Primo colpo sul seno sinistro, sotto il capezzolo.
"Uno..."
Latte schizzò in un arco bianco. Secondo sul destro. Terzo e quarto, alternati. Quinto, centrale, tra i seni.
Mira venne di nuovo, il corpo che si contraeva intorno al dildo e al plug, un urlo strozzato che le uscì dalla gola.
Isolde posò la frusta.
"Ora il ventre. Cinque colpi. Non troppo forti. Voglio che senta il bruciore senza segnare troppo."
Primo colpo sul basso ventre. Secondo e terzo, ai lati. Quarto e quinto, centrali.
Mira tremava, il corpo coperto di sudore, strisce rosse ovunque, latte che colava, figa e culo pieni, capezzoli e clitoride torturati.
Isolde si chinò su di lei, le accarezzò il viso.
"Vuoi di più?" chiese.
Mira annuì, gli occhi lucidi.
"Sì... mia regina... di più... punitemi ancora... fatemi venire solo con il dolore..."
Isolde rise piano.
"Lo farai. Ma ora tocca a Elara e Thorne."
Si voltò verso di me.
"Elara, chiedi."
Io chinai la testa.
"Mia regina... punitemi come Mira. Corde ruvide, pesi tripli, morsetto sul clitoride, plug grosso, dildo lungo chiuso, frusta su cosce, schiena, seni e ventre. Voglio soffrire. Voglio venire solo con il dolore."
Isolde annuì.
"Bene."
Mi legò allo stesso modo di Mira, sullo stesso tavolo accanto a lei. Corde ruvide, pesi tripli sui capezzoli, morsetto sul clitoride, plug grosso nel culo, dildo lungo nella figa chiuso con lucchetto doppio. Frusta: dieci sulle cosce, dieci sulla schiena, cinque sui seni, cinque sul ventre. Ogni colpo mi fece venire - il dolore che si trasformava in orgasmi violenti, il corpo che si contraeva intorno al dildo e al plug, urla che riempivano la stanza.
Poi Thorne.
"Tu per ultimo. Chiedi."
Thorne chinò la testa.
"Mia regina... punitemi. Catena corta, plug più grosso, morsetti sulle palle con pesi, frusta sulla schiena e cosce. Voglio soffrire con loro."
Isolde lo incatenò al muro con catena corta, plug più grosso nel culo, morsetti sulle palle con pesi doppi, frusta: quindici sulla schiena, dieci sulle cosce. Thorne gemette, venne senza toccarsi, il seme che schizzò sul pavimento.
Isolde si masturbò guardando noi tre puniti, legati, pieni, frustati, venendo con un gemito basso.
"Bravi," disse. "Avete chiesto. Avete sofferto. Ora restate così tutto il giorno. Venite quando il dolore vi fa venire. Stasera cella per tutti, con le punizioni addosso. Domani... chiederete ancora."
Uscì.
Restammo legati, pieni, doloranti, venendo a ondate dal dolore puro.
Mira sussurrò:
"Grazie... per aver chiesto anche voi. Ora siamo uguali. Vuoti. Pieni. Sofferenti. Insieme."
Thorne annuì, gemendo.
Io sorrisi piano, il corpo in fiamme.
"Sì. Insieme."
La regina aveva soddisfatto le nostre richieste. E noi avevamo ceduto completamente.
La sofferenza era diventata la nostra unica libertà.
Il giorno dopo, la regina Isolde entrò all’alba, come un rituale ormai scolpito nella nostra carne. Il baule era più pesante del solito: lo posò sul tavolo con un tonfo sordo, lo aprì e tirò fuori oggetti che non avevamo mai visto. Non corde ruvide, non plug o dildo chiusi, non pinze o fruste. Nuovi. Tutti nuovi. Isolde aveva preparato una punizione diversa, più intima, più prolungata, più crudele nei dettagli.
Si fermò davanti a noi tre in ginocchio, nudi, collari al collo.
"Avete chiesto di più," disse. "Oggi vi do di più. Punizioni nuove. Nessuna ripetizione. Nessuna pietà. E voi le chiederete di nuovo. Perché è questo che siete diventati."
Guardò Mira per prima.
"Mira, tu per prima. Hai chiesto sofferenza. Oggi la avrai diversa."
Dal baule prese una serie di fasce elastiche nere con ganci metallici e piccole ventose trasparenti. Le applicò sui seni di Mira - ventose che aderivano alla pelle intorno ai capezzoli, ganci che tiravano verso l’esterno con molle regolate per mantenere tensione costante. Il latte iniziò a colare più abbondante, goccia dopo goccia, ma non poteva schizzare: le ventose lo trattenevano, creando pressione interna che faceva pulsare i seni in modo doloroso.
"Queste ti restano tutto il giorno," disse Isolde. "Ogni ora aggiungo una molla. Se ti lamenti, le molle diventano più forti. Voglio vedere i tuoi seni gonfi e doloranti, pieni di latte che non può uscire."
Mira gemette piano, i seni che tiravano verso l’esterno, il dolore sordo che si irradiava al petto.
Poi Thorne.
"Tu, Thorne. Hai chiesto di soffrire con loro. Oggi ti do qualcosa di nuovo."
Dal baule tirò fuori un’imbracatura di cuoio sottile con anelli e una piccola ruota dentata regolabile. La fissò intorno al suo cazzo e alle palle - la ruota dentata che premeva leggermente sulla base del pene e sullo scroto. Isolde girò la ruota di mezzo giro: i denti si strinsero appena, non abbastanza da ferire, ma abbastanza da creare una pressione costante, un dolore sordo e pulsante che cresceva con ogni battito del cuore.
"La ruota resta lì," disse. "Ogni due ore giro di un quarto. Se cadi o ti tocchi, giro di mezzo giro. Voglio vederti duro e dolorante tutto il giorno, senza venire, senza sollievo."
Thorne gemette, il cazzo che si induriva contro la pressione, le palle che pulsavano.
Infine me.
"Elara. Tu hai chiesto di più. Oggi ti do la punizione della gabbia interna."
Dal baule prese una piccola gabbia di metallo flessibile - non per il cazzo, ma per la figa: una struttura sottile che si inseriva tra le grandi labbra, con una barra centrale che premeva sul clitoride e barre laterali che tenevano le labbra aperte e tese. La inserì con cura, chiudendola con un piccolo lucchetto intorno alla vita. Il clitoride era esposto e premuto dalla barra centrale, ogni movimento lo sfregava contro il metallo freddo.
"Questa ti resta tutto il giorno," disse Isolde. "Cammina, siediti, sdraiati - sentirai sempre la barra sul clitoride. Se ti tocchi per alleviare, aggiungo pesi alla gabbia. Voglio che il tuo clitoride sia gonfio e dolorante, che ogni passo sia una tortura di piacere negato."
Io gemetti, la gabbia che già premeva, il clitoride che pulsava contro il metallo.
Isolde si sedette sulla poltrona, sollevò l’abito, iniziò a masturbarsi lentamente.
"Ora il rituale del mattino. Ma con le punizioni addosso. Mira, leccami la figa. Thorne, capezzoli e ventre. Elara, culo. E soffrite mentre lo fate."
Mira si avvicinò strisciando, i seni tirati dalle ventose e dalle molle, il latte che colava più abbondante. Infilò la lingua nella figa della regina, leccando nonostante il dolore ai seni. Thorne strisciò con la ruota dentata che stringeva, succhiò i capezzoli di Isolde, massaggiò il ventre. Io mi misi dietro, leccai il culo della regina, la gabbia che sfregava il clitoride a ogni movimento.
Isolde venne dopo otto minuti, gemendo forte.
"Bene. Mezzogiorno."
Uscì.
Per il rituale del mezzogiorno, Isolde trovò un’altra scusa.
"Mira, hai respirato troppo affannosamente. Trasgressione. Punizione aggiuntiva: ghiaccio sul clitoride."
Prese un piccolo secchio di ghiaccio dal corridoio, avvolse un cubetto in una stoffa sottile e lo premette sul clitoride di Mira per cinque minuti. Mira urlò piano, il freddo che bruciava dopo l’olio irritante, il corpo che tremava.
Per Thorne: "Hai gemuto troppo piano. Trasgressione. Punizione aggiuntiva: sale sulle palle."
Versò una polvere fine di sale sulle palle morsettate. Il bruciore esplose immediato, Thorne gemette forte, le palle che si gonfiavano rosse.
Per me: "Hai mosso i fianchi di un millimetro. Trasgressione. Punizione aggiuntiva: sale sul clitoride nella gabbia."
Versò sale sulla barra centrale della gabbia. Il clitoride bruciò come fuoco, io urlai, il corpo che si contraeva.
Poi procedemmo con il rituale: Mira sdraiata, Thorne che la scopava con la ruota dentata che stringeva, io che leccavo il clitoride con il sale che bruciava. Isolde si masturbò guardando, venne, uscì.
Per il pomeriggio e la sera, altre scuse inventate: "Hai sbattuto le palpebre troppo spesso", "Hai respirato dal naso invece che dalla bocca", "Hai mosso un dito". Ogni scusa portava una nuova punizione dal baule: sale sulle zone sensibili, ghiaccio alternato a caldo, catene aggiuntive che tiravano, morsetti su punti nuovi (lobi delle orecchie, lingua, interno cosce).
Alla fine della giornata eravamo distrutti: corpi segnati, pieni, brucianti, doloranti, ma venivamo ancora - orgasmi che arrivavano dal dolore puro, dal vuoto che si riempiva solo con la sofferenza.
Isolde si masturbò guardando l’ultima punizione, venne, poi disse:
"Stasera cella per tutti. Con tutte le punizioni addosso. Legati insieme. Domani... chiederete ancora."
Uscì.
Restammo lì, puniti, legati, pieni, doloranti.
Mira sussurrò:
"Grazie... per aver chiesto con me. Domani... chiedo ancora."
Thorne annuì, gemendo.
Io sorrisi piano, il corpo in fiamme.
"Domani... chiediamo insieme."
La regina aveva trovato il suo gioco perfetto. E noi lo stavamo diventando.

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